Soluzioni per il debito pubblico italiano

Il debito pubblico sarà destinato a crescere, non ci sono dubbi.

Ma non è per via dell'inefficienza e dell'inefficacia della nostra economia, no, no... Siamo da quasi 30 anni sistematicamente in avanzo primario e produciamo un tesoretto annuo di 50 mld che viene letteralmente frantumato dagli interessi sul debito pubblico.

Ma il problema di un paese non è tanto o solo il debito pubblico in sè, ma come questo si rapporta alla ricchezza che lo stesso paese produce. Quindi il famigerato rapporto DEBITO/PIL.

Il fiscal compact stabilito e ratificato da tutti i paesi dell'Eurozona ci racconta che ogni paese deve nell'arco di 20 anni fare delle misure che portino tale rapporto al 60% come è nel target stabilito dai parametri di Maastrich.

Per farlo si hanno due modalità di intervento, che non necessariamente debbano viaggiare su due piani differenti. O si gioca sul terreno del deficit riducendolo o su quello del PIL aumentandolo.

Ma quanto deve crescere un paese come l'Italia per poter dimezzare il suo debito monstre? Considerato che attualmente cresce dell'1% scarso e l'inflazione italiana non arriva all'1%, perché il rapporto suddetto si riduca, il deficit non deve superare il 2%.
PIL NOMINALE= CRESCITA + INFLAZIONE

Ecco quindi che intervenire sul deficit risulta indispensabile. Per farlo, è inutile girarci intorno, bisogna mettere mano ai tassi di interesse ponendo fine una volta per tutte alla speculazione finanziaria.

Rimanendo convinto che, restando in Europa, solo la BCE può mettere un argine decisivo a tale processo, ho letto però, qua e là, delle ricette alternative tra gli economisti. E una di quelle che mi hanno incuriosito molto è stata quella del duo Savona-Fratianni.

In buona sostanza i due economisti propongono una rivoluzione del sistema bancario. Le banche verrebbero suddivise in due categorie: le banche commerciali e le money bank.

Le banche commerciali sarebbero le sole a poter concedere credito alle famiglie e alle imprese finanziandosi con fondi propri tramite capitale azionario o con fondi di terzi tramite obbligazioni. Ma non potrebbero raccogliere denaro per mezzo di depositi e conti correnti. Investitori e speculatori, quindi, avrebbero un punto di riferimento preciso.

Le money bank rappresenterebbero la chiave di tutto il sistema per ridurre i tassi di interesse sul debito pubblico. Questo perché la raccolta, effettuata tramite conti correnti e depositi, in parte verrebbe depositata presso la banca centrale che garantisce il denaro tramite emissione di moneta e in parte verrebbe impiegata per l'acquisto di titoli di Stato. In questo modo le banche guadagnerebbero dallo spread tra il rendimento sui titoli e il costo della raccolta, il risparmiatore sa che i suoi risparmi sarebbero al sicuro sia perché vi è sempre la garanzia del fondo interbancario fino a 100 mila euro, ma soprattutto perché non se ne farebbe un cattivo uso del denaro depositato annullandosi totalmente i casi di azzardo morale, lo Stato vedrebbe esitata l'offerta di titoli sul mercato senza doversi preoccupare delle turbolenze della finanza.
Sarebbe insomma un win-win.

C'è anche una proposta che mi piace molto, sempre di Paolo Savona, che viene fuori da una lettera inviata dallo stesso al Sole24 ore nel settembre del 2017.

In questa proposta, in sostanza, l'eccesso di debito pubblico rispetto ai parametri imposti dall'UE (60% del PIL), verrebbe acquisito dalla BCE e rinegoziato a tassi ufficiali e a scadenze lunghe, senza farlo esporre alle dinamiche dello spread. In cambio però ogni paese si impegna a rispettare il pareggio di bilancio. E per un paese come l'Italia non sarebbe affatto un problema, visto che è in avanzo primario, anzi avrebbe maggiori risorse per investire nella crescita.

E' inutile aggiungere che tutto questo richiederebbe una rivoluzione del sistema bancario e una modifica radicale dei trattati nella parte relativa ai compiti di una banca centrale. Molto difficile riuscire a farlo fin quando le logomachie tra sovranisti ed europeisti occupano la scena principale nel quadro politico internazionale.

2 - Commenti

Riccardo Zago

Riccardo Zago - 24 settembre 15:25 Rispondi

Johnny Zotti

Johnny Zotti - 24 settembre 15:30 Rispondi