Sempre più nazioni rifiutano il dollaro

  • Da anni il dollaro USA è considerata la principale valuta a livello mondiale, tanto da essere il parametro di misurazione delle quotazioni di oro e petrolio
  • Aumenta il numero delle nazioni che, invece, per le transazioni preferiscono spostarsi verso le altre monete
  • Ieri la Federal Reserve ha tagliato per la terza volta consecutiva il tasso di interesse sul dollaro 

La chiamano de-dollarizzazione ed è la tendenza di molte nazioni a rifiutare l’uso del dollaro per le transazioni economiche internazionali. Finora la divisa statunitense, in quanto rappresentante della prima potenza mondiale, era presa come unità di misura e punto di riferimento per gli scambi commerciali. Oggi, però, con l’avanzare della altre nazioni nell’Olimpo delle grandi, questo status potrebbe essere minacciato.

Il club delle nazioni che rifiutano il dollaro

Inizialmente fu la Cina a preferire strade alternative, ma presto si sono unite anche Russia e, recentemente, l’Unione Europea. Tutte con una forte motivazione e, soprattutto, con un peso notevole all’interno del sistema economico e finanziario globale. Ed è proprio quest’ultimo punto a preoccupare gli addetti ai lavori.
La conferma arriva anche dalle parole di Anne Korin, dell’Istituto per l’analisi della sicurezza globale. Infatti il trend si sta rafforzando nonostante il dollaro abbia dimostrato più volte di essere ancora altamente affidabile. Non solo, ma di aumentare di valore proprio durante i periodi difficili sia economici che politici. Ma cosa spinge queste nazioni a preferire altre monete al dollaro?

Il motivi del NO

La spiegazione sta nel fatto che quando viene utilizzato il dollaro USA o le transazioni vengono liquidate attraverso una banca americana, le parti in causa sono soggette alla giurisdizione degli Stati Uniti, anche se non hanno “nulla a che fare con gli Stati Uniti”. Non solo, ma secondo Korin, a far riflettere sono state anche le ultime decisioni di Washington come, ad esempio, il ritiro unilaterale degli Usa dall’accordo nucleare iraniano nel 2018, seguito dal ripristino delle sanzioni contro Teheran. Questo ha portato come prima conseguenza un’esposizione delle multinazionali europee alle sanzioni volute da Washington minando, di fatto, la libertà economica di un intero continente.

Russia? Solo euro

Recentemente è stata la Russia a prendere le distanze dalla valuta americana, sfruttando soprattutto la sua forza nei mercati dell’energia. Da settembre Rosneft, tra le più grandi compagnie petrolifere al mondo, ha deciso di accettare solo euro  per i nuovi contratti di esportazione. Una decisione, quella del rifiuto del biglietto verde, che trova le prime avvisaglie già nel 2018. In quell’occasione la Banca centrale russa aveva dimezzato le proprie riserve in dollari (ridotte al 22% del totale) convertendo il resto in yuan, euro, yen e oro. 

Lo yuan alla riscossa

Questi nuovi equilibri internazionali potrebbero portare sulla scena altri protagonisti come, ad esempio, lo yuan cinese. Una prospettiva non molto lontana dalla realtà già oggi. Infatti negli ultimi anni, la Cina ha creato una serie di strategie anche politiche per cercare di “internazionalizzare” l’uso della sua valuta, non ultimo il famoso petro-yuan ovvero i futures sul petrolio denominati, appunto, in yuan. Una mossa che molti osservatori hanno già definito il “canarino nella miniera di carbone”.

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