Nuovo taglio tasse in Usa: forse per l'Euro ci vorrebbe un Trump

  • Il messaggio di Lagarde quasi come un grido disperato;
  • In America Trump mette allo studio una nuova riforma fiscale;
  • La chiave di tutto è rappresentata dal ruolo della BCE e della Fed;
  • Per l'Euro non si prospetta un futuro roseo se non si mette mano alla politica fiscale.


Se l'Europa avesse un Trump...

Il messaggio lanciato da Christine Lagarde nei giorni scorsi e nella prima audizione come governatrice della BCE è stato eloquente: in Europa bisogna intervenire con una riforma che, tramite l'aumento della spesa e la riduzione delle tasse, dia maggiore vigore alla crescita e di riflesso ai prezzi. Se è vero come è vero che la forza della moneta di un paese è il risultato della solidità politico-economica e finanziaria, l'effetto a catena che ne conseguirebbe porterebbe dritti dritti verso un rafforzamento dell'Euro. In questa fase di stagnazione però, non si osserva la luce, tutto è obnubilato dall'osservanza scrupolosa e maniacale del rigore dei conti che ogni idea di dirimere la questione crescita proponendo un sentiero ancora non esplorato viene sistematicamente rimandata al mittente.

Trump intanto abbassa le tasse

Saranno anche ragioni di carattere elettorale, però il tycoon alla Casa Bianca prepara il piattino per un'altra succulenta portata di stimoli fiscali, stavolta non direttamente a beneficio delle imprese, ma dei lavoratori. Il PIL statunitense in un anno è passato dal 3,2% al 2%, vuoi per la guerra daziale che ha lasciato lacerazioni abbastanza profonde, vuoi perché gli stimoli fiscali della precedente manovra di tax cut hanno terminato i loro effetti sugli investimenti, fatto sta che Donald Trump non si presenterebbe mai alle prossime elezioni a mani vuote, senza cioè un pacchetto regalo di nuova sfornata. E il presidente ha capito che il modo migliore, soprattutto se può contare solo parzialmente sul sostegno della Fed, è quello di portare nelle case del ceto medio più dollari da poter spendere per aumentare, attraverso il canale consumi, il PIL del paese.

L'effetto del collaterale

La differenza fondamentale con l'Europa sta sempre nella modalità di sterilizzare l'economia, in Europa si ha il parossismo del deficit perché questo accrescerebbe la montagna di debiti che si fa sempre più corpulenta, in Usa invece si fa deficit perché emettere titoli al più comporta qualche collaterale di troppo in circolazione, per cui sul possibile conseguente vuoto di liquidità tra le banche la Fed ci mette una pezza, come è avvenuto di recente con quello che da qualcuno è stato ribattezzato come qe2. La BCE non può fare la stessa cosa, quantomeno non in maniera sistematica, perché il trattato glielo impedisce e tutte le deviazioni che ha preso in questi anni per aggirare l'ostacolo ha visto uno scontro costante e acceso dentro e fuori gli uffici di Francoforte tra le diverse anime in cui purtroppo tutta l'Eurozona è frastagliata.

E l'Euro?

L'Euro persiste nella sua debolezza costante, ma non è stato Draghi che l'ha deprezzato con il fiume di denaro che ha riversato nei mercati. Se è per questo la Fed non ha fatto di meno e la BOJ ha fatto molto peggio eppure il dollaro e lo yen conservano una certa forza relativa. Il problema sta tutto nel fattore che dovrebbe, nelle intenzioni, cercare di renderlo più forte: la restrizione fiscale. Ogni politica restrittiva di qualsiasi natura ha effetti sulla valuta  solo nel breve se poi non è supportata da una struttura economico e finanziaria che non desta preoccupazioni. E questa ossessione del limite alla spesa e dell'imposizione fiscale frenando la crescita ne riduce la fiducia degli investitori verso quella moneta, a quel punto l'espansione monetaria avrà solo effetti inasprimenti. Ecco perché la visione futura dell'Euro, fin quando non si prende esempio da Trump, rimane depressiva almeno al cospetto di quelle valute che sono lo specchio di economie di sviluppo e di crescita.

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