Le banche centrali non possono sostituirsi ai governi

La parola magica di questi tempi sembra più che mai essere quantitative easing. Da luglio ad oggi le banche centrali di tutto il mondo hanno piazzato ben 15 tagli di tassi con l'obiettivo, a loro dire, di far riprendere il corso dei prezzi, ma in realtà anche di sostenere la crescita.

Questa corsa forsennata al ribasso del costo del denaro ha fatto diventare ormai protagonisti i governatori delle banche centrali molto più dei premier dei vari paesi. In modo particolare in Europa gli interventi di Mario Draghi hanno tolto le castagne dal fuoco ad un sistema che stava per scoppiare. Ma la politica monetaria a chi ha giovato veramente?

Tralasciando parzialmente la Gran Bretagna che è ingarbugliata nell'affare Brexit, gli effetti positivi dell'espansionismo monetario senza limiti ha certamente tenuto alte le quotazioni dei mercati azionari e dei titoli del debito pubblico. Ciò non è stato uno scherzo, perché se il principale problema in Europa ad esempio era quello dell'indebitamento, tenere basso il costo del debito ha obiettivamente agevolato le finanze dei paesi disastrati. Ha ovviamente favorito il sistema bancario che in alcuni strati grondava sangue e l'importanza di questo è rilevante perché intorno alla funzionalità del credito si reggono i risparmi e gli investimenti di famiglie e imprese, quindi banche sane rappresentano iniezioni di fiducia per tutto il sistema. Ma l'economia reale che interessa i consumi, la crescita, l'occupazione ne ha giovato?

Per capirlo prendiamo a riferimento i tre paesi dove il quantitative easing ha avuto più rilevanza, Usa, Europa e Giappone. Certamente si possono tracciare delle considerazioni di una certa portata, perché sebbene per tutti e tre valgono le osservazioni di cui sopra, lo stesso non si può dire per quanto riguarda il resto che è rimasto in sospeso nella domanda. Gli Usa e il Giappone sono cresciuti, vi è una piena occupazione e pur con qualche differenza la fiducia delle imprese e dei consumatori è in crescendo. In Europa, i benefici da questo punto di vista non si vedono.

Trump ha ridotto la tassazione alle imprese di ben 14 punti percentuali e ai lavoratori di quasi 3 ed è allo studio la possibilità di un ulteriore taglio riguardo l'imposizione per questi ultimi. I detrattori di Trump direbbero che solo il 20% degli incentivi fiscali è stato destinato agli investimenti e l'80% invece è stato utilizzato per aumentare il valore delle azioni e dei dividendi. Posto che tutto questo sia vero, anche solo una minima parte indirizzata alla ricerca e allo sviluppo in macchinari nuovi, software, brevetti e tecnologie alternative comporta una sostanziale crescita di produttività di un paese. Anche l'aumento del valore azionario e dei dividendi libera risorse per maggiori consumi e ulteriori investimenti, oltre ad accrescere il clima di fiducia generale.
Pertanto c'è da chiedersi, è per via delle politiche accomodanti della Fed che l'economia americana funziona a meraviglia o per effetto di una politica fiscale convintamente espansiva? E' chiaro che il dibattito rimane sempre acceso se la curva di Laffer che si basa su un aumento del gettito alla riduzione delle aliquote di imposta sia applicabile nella realtà, ma a quanto pare per gli Usa la cosa funzioni.

In Giappone le tasse sono negli ultimi tempi aumentate lievemente, ma una pressione fiscale che passa dal 25% al 30% non è un dramma, è considerata bassa e ha permesso in tutti questi anni al paese del Sol Levante di rafforzare un suo cavallo di battaglia, come l'investimento tecnologico.

L'Europa invece sembra ferma al palo, di adottare politiche fiscali comuni e volte a creare stimolo alle imprese nemmeno l'ombra, anzi la politica del rigore e dei conti in ordine non lascia molti spazi di manovra per nessuno, ecco perché poi una figura come quella di Mario Draghi ha dettato le danze in tutti questi anni.

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