La rottura degli equilibri naturali

Secondo gli economisti classici vi sono degli automatismi economici che regolano l’economia di mercato in modo da garantire che il comportamento dei singoli operatori di mercato, teso alla ricerca della massima soddisfazione individuale, conduca al benessere comune.
Andare quindi a manipolare tali automatismi può essere pericoloso e, per lo meno, crea sempre delle controindicazioni. La forzatura di questi automatismi produce delle conseguenze che non sono sempre negative, anche se un’analisi quanto più possibilmente oggettiva dei costi-benefici dovrebbe sempre essere considerata.

Le attuali politiche delle banche centrali, che stanno di fatto utilizzando le borse come strumento di politica monetaria, hanno radicalmente spostato i tradizionali equilibri naturali: mi riferisco alla struttura artificialmente bassa dei tassi prolungata nel tempo.

È evidente quindi che l’imposizione artificiale di tassi reali molto negativi, seppur molto graditi a chi necessita di capitale di credito per gli investimenti e/o lo sviluppo della propria azienda, debba essere comparata con una serie di controindicazioni da valutare con attenzione. 
La ricchezza finanziaria privata infatti viene sprovvista di quel tradizionale rendimento che proveniva dalle obbligazioni dei debiti sovrani. Vi è quindi adesso la ricerca esasperata dei rendimenti attraverso asset class considerate tradizionalmente di rischio, che, giocoforza, come è successo nel 2018, possono anche mediamente impoverire gli investitori. Chi invece non vuole rischiare e quindi mantenere solo liquidità, perde il valore dell’inflazione, cosa solo apparentemente risibile, che - anno dopo anno - diventa invece d’importanza sempre maggiore.     

Le banche con i tassi a zero sono spogliate dalle redditività del loro core business: gli esigui margini d’intermediazione le impossibilitano dall’ottenere i profitti adeguati ai rischi che corrono. Un’attività quindi in declino con gravi conseguenze per l’economia.
Infine, una minore pressione sui costi di finanziamento può «artificialmente» mantenere in vita aziende con bassa produttività e dimensioni ridotte a danno di imprese potenzialmente più produttive ed efficienti. Anche in questo caso, la forzatura del mercato, a scapito dei suoi intrinsechi meccanismi d’eliminazione naturale delle aziende più deboli, ha conseguenze negative sull’efficienza globale di lungo periodo.   

Mario Draghi continua a ripeterlo: il quantitative easing ha funzionato, e piuttosto bene. Le stime complessive sugli effetti cumulati dalle diverse misure di politica monetaria tra il 2016 ed il 2020, sono pari ad una crescita addizionale del PIL di 1,9 punti percentuali, stesso dato per l’inflazione aggiuntiva (dati riportati durante la conferenza stampa di giugno 2018). Non è moltissimo in realtà, meglio di nulla. L’alternativa però – Draghi lo ha ricordato più volte - sarebbe stata una prosecuzione della recessione, con una forte deflazione, che avrebbe reso molto complicato il rimborso dei debiti, in una situazione creditizia già piuttosto indebolita. 

La difficoltà di effettuare un’oggettiva analisi costi-benefici ha dato quindi vita ad una pletora di dibattiti sull’utilità o meno delle attuali attività delle banche centrali, che io preferisco definire oramai post sperimentali. Oggi di certo appare evidente l’assuefazione da parte dell’economia reale alle inondazioni di liquidità e quindi a questi tassi innaturali.

In definitiva quel connotato di sperimentalità che avevano prima tali politiche monetarie adesso si sta trasformando in indispensabilità, visto anche gli ultimi atteggiamenti delle principali Banche centrali mondiali che appaiono sempre più obbligate a ricorrere a quelle attività di natura espansiva, che solo qualche anno fa apparivano eccezionali, ma che oggi dobbiamo considerare oramai ordinarie.

2 - Commenti

Federico Mattei

Federico Mattei - 08 aprile 21:25 Rispondi

Tony Cioli Puviani

Tony Cioli Puviani - 09 aprile 09:24 Rispondi