La politica dei dazi: a cosa mira veramente Trump?

Gli amanti delle statistiche si dilettano spesso a tirare fuori excursus storici per supportare le loro convinzioni personali, ma la statistica non sempre ci dice tutto quello che dovrebbe se non altro per il semplice fatto che le cose cambiano, il mondo cambia e anche noi cambiamo.

Quindi richiamare la politica fallimentare dei dazi che negli anni 30 è stata attuata dall'allora ministro delle finanze repubblicano Reed Smoot e nel 2002 da George Bush, non rende bene l'idea di quello che effettivamente sta succedendo. Nel 1930 l'America era in piena crisi in seguito alla grande recessione del '29 e nel 2002 Bush fece solo una sortita nel tentativo di difendere l'acciaio americano ma la cosa subito rientrò perché le ritorsioni che subirono gli Usa furono tali da disarmare immediatamente qualsiasi velleità, le borse cominciarono a fibrillare e il dollaro fu attaccato pesantemente.

Il contesto attuale

Oggi il contesto è profondamente cambiato. La Cina è diventata un gigante che si è già comprato mezza Europa e il debito americano è sostenuto per il 60% da investimenti cinesi, in vent'anni è entrata prepotentemente dentro tutti i settori dell'economia condizionandone pesantemente l'andamento. Una dipendenza di questa portata non è pericolosa solo dal punto di vista finanziario, ma lo è dal punto di vista politico e militare. La Cina non è una democrazia e una guerra fredda militare, mascherata da una crescita imponente della produttività, potrebbe richiamare venti sinistri di sovietica memoria.

Trump, un abile negoziatore

Che Trump l'abbia capito meglio di altri e abbia avuto il coraggio, da abile negoziatore quale è, di affrontare seriamente il problema? E lo può fare in un periodo in cui l'economia americana gira a meraviglia come testimoniato dalla straordinaria potenza della sua valuta. Ed ecco che il Tyson americano ricerca un equilibrio nella bilancia commerciale, il protezionismo commerciale mette in moto la domanda interna, danneggiando l'export per via delle ritorsioni, quindi nel contempo gioca su due sponde, da un lato sa che l'economia Usa è soprattutto un'economia importatrice (solo il 10% del PIL mondiale è di matrice americana), da un altro fa pressione sulla Fed perché con la politica dei tassi dia una frenata al super dollaro per rendere più competitivi i prodotti made in Usa.

Conclusioni

Alla fine della fiera in tutto questo periodo in cui Donald Trump ha attaccato su ogni fronte non sembra che l'economia a stelle strisce ne abbia troppo risentito, al di là di una fisiologica frenata del PIL e dei consumi. Ma probabilmente la capacità di guardare oltre il breve periodo porterà il presidente in carica ad essere rieletto nelle prossime imminenti consultazioni elettorali. La stessa capacità non sembra averla l'asse franco tedesco ancora cullato sul fatto che l'ingresso cinese abbia risollevato, a colpi di liquidità, le casse di aziende decotte sostituendosi di fatto alla gestione delle stesse e modificando profondamente negli anni l'assetto imprenditoriale di intere nazioni.

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Andrea Famiglietti

Andrea Famiglietti - 03 ottobre 10:42 Rispondi

Johnny Zotti

Johnny Zotti - 03 ottobre 13:21 Rispondi