La Fed? Forse ancora non basta

Il presidente Usa Donald Trump è tornato a minacciare dazi alla Cina per l'equivalente di 300 miliardi di dollari, il restante delle merci in arrivo da Pechino. Con il Messico le cose non sembrano arrivare ad una svolta. In tutto questo le incertezze internazionali aumentano con la paura di una guerra tariffaria che potrebbe portare a conseguenze ben peggiori di quelle previste.

La Fed potrebbe non bastare

A indicarlo sono la maggioranza delle organizzazioni internazionali e delle banche d’affari. L’ultima in ordine di tempo, il Fondo Monetario Internazionale secondo cui le tariffe USA-Cina, sia effettivamente implementate che anche solo  proposte, potrebbero ridurre la produzione mondiale dello 0,5% già nel 2020. Non solo, ma sempre la stessa Fmi ha ridotto le sue previsioni di crescita per il 2019 per la Cina dal 6,3% dal 6,2%.

Anche per questo motivo gli economisti stanno iniziando a sospettare che le decisioni della Fed, decisioni peraltro che devono essere ancora comunicate, potrebbero, da sole, non essere sufficienti per risolvere il problema.

La posizione della Fed

Da più parti la banca centrale statunitense è vista come decisa a mantenere, nel peggiore dei casi, lo status quo sulla politica monetaria. Anche perché se da un lato il numero uno della Fed di St.Louis James Bullard ha dichiarato come quasi certo almento un taglio dei tassi, dall’altra anche il governatore della Fed Jerome Powell ha confermato l’intenzione della stessa istituzione ad aiutare i mercati e di schierarsi a favore dell’economia. Una buona volontà lodevole ma che potrebbe non essere sufficiente. L’unica soluzione, per la comunità degli analisti, resta il tavolo dei colloqui.

Trattative con la Cina

Sarà questa, infatti, l’unica sede nella quale si potranno trovare soluzioni stabili  e definitive a quello che è di per sé uno , se non il principale, dei problemi del panorama economico internazionale. Anche perché non è assolutamente detto che la Fed sia in grado di muoversi con sufficiente velocità o con una incisività tale da rimediare alle conseguenze. Ammesso e non concesso che si adotterà nuovamente un taglio dei tassi, se non addirittura un Quantitative Easing, quanto sarà forte e soprattutto quanto potrà durare una decisione simile? Una domanda più che lecita alla luce delle tante realtà coinvolte nella guerra dei dazi, prime fra tutte quelle emergenti.

La Bce

Ieri il governatore della Bce Mario Draghi nella consueta conferenza stampa che segue le riunioni della banca, ha allungato le tempistiche in cui i tassi saranno mantenuti allo stato attuale. Sei mesi extra che, però, non sono stati recepiti dal mercato come una misura incisiva. Il motivo? Duplice. Prima di tutto sei mesi sono ancora pochi, inoltre questa decisione non ha escluso del tutto un rialzo che, teoricamente, è ancora nelle opzioni in mano alla Bce. Un errore di comunicazione da parte della banca centrale europea? Forse, ma comunque strano vista la grande capacità comunicativa di Mario Draghi in generale.  Ancora di più se si guarda alle prospettive sull’inflazione, mai così basse dal 2016.

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