Il quantitative easing funziona?

Il quantitative easing funziona?

Ultimamente mi torna in mente questa domanda, alla luce delle riunioni delle banche centrali che in questi giorni si susseguono e il modo migliore per appagare una tale curiosità è di osservare i dati macroeconomici dei principali paesi in cui è stato attuato il quantitative easing e rapportare il tutto ad analisi tecnico-finanziarie relative soprattutto all'evoluzione del quadro generale.

Analizzando freddamente i dati rilasciati dagli istituti di statistica possiamo dire che indubbiamente alcuni risultati sono stati raggiunti. Benché gli obiettivi di politica monetaria delle banche centrali vertono su tassi e inflazione, il riflesso che ciò hanno avuto sull'economia in generale, ma in particolar modo su crescita e occupazione, è stato eloquente.

Gli Usa, dopo la drammatica crisi dei mutui subprime culminata nel crash di un colosso tra le banche americane, ossia la Lehman Brothers, hanno visto aumentare il Pil costantemente negli anni, con una crescita complessiva maggiore del 10% negli ultimi 5 anni, un tasso di disoccupazione che è passato dall'8,1% del 2012 al 3,7% del 2019 e un tasso di inflazione che ha raggiunto e superato il target fissato dalla Fed al 2%.

L'Europa, in mezzo al mare per via del bubbone del debito pubblico scoppiato nel 2011 nei paesi dell'area mediterranea, ha raggiunto una crescita dell'1,9% nel 2008 dopo un picco del 2,4% nel 2017, un tasso di disoccupazione dell'6,4% (da 10,90% del 2013) e, dopo anni di deflazione, un tasso di inflazione dell'1,02%, dopo aver raggiunto nel 2018 un livello di 1,7% quasi in linea con gli obiettivi della BCE.

Il Giappone è stato il primo ad aver adottato il QE nel 2001, a seguito di un periodo di deflazione preoccupante, trasformato addirittura in QQE nel 2013 visti gli scarsi risultati raggiunti per combatterne il fenomeno. Solo negli ultimi anni, ad onor del vero, si è visto qualche lieve numero positivo riguardo la crescita dei prezzi nel Sol Levante.

Tutto bello, quindi? Non proprio...

Questa è solo la faccia bella della medaglia ad una prima superficiale analisi, il rovescio lo è molto di meno.

Gli Stati Uniti sono cresciuti molto ma anche perchè la politica espansionistica monetaria è stata accompagnata da una politica fiscale di riduzione delle tasse e, di conseguenza, di stimolo e incentivo alle imprese, soprattutto nel momento in cui l'economia si stava surriscaldando il ché ha richiesto l'intervento della Fed per dar vita ad una fase di tapering e di rialzo dei tassi. Questo ha comportato che l'economia è cresciuta non solo sul debito, ma anche a seguito di interventi sull'economia reale.

In Europa, invece, la situazione è diversa. Il denaro a gratis che Draghi ha elargito alle banche è stato utilizzato in piccola parte per mettere in moto l'economia e in gran parte per riempire enormi sacche vuote che riaffioravano nelle casse degli istituti di credito. Ne consegue, infatti, che la crescita c'è stata sì, ma in misura molto meno netta rispetto alle attese. Inoltre, di una politica economica e fiscale comune tra tutti i paesi dell'Eurozona non se n'è vista neppure l'ombra.

Il Giappone si è nel tempo scoperto un popolo di risparmiatori. I consumi non girano ed ormai si è creata questa spirale di paura che ciò che acquisti oggi domani vale meno. Altresì, il debito pubblico giapponese, sebbene confinato nelle proprie mura, ha raggiunto la cifra monstre del 240% del PIL.

Ma la cosa che più inquieta è che gran parte del fiume di denaro che tutte le banche centrali hanno riversato sul mercato è andato a finire sui mercati azionari soprattutto per effetto del fatto che con tassi a zero l'investimento azionario risulta chiaramente più allettante, e ciò spiega l'imponente rialzo che si è registrato in questo decennio.

La domanda che sorge spontanea è: cosa succederà ai mercati quando verranno chiusi definitivamente i rubinetti? E che riflesso avrà, questo, poi sull'economia reale?

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