Fed: riunione di giugno. E se non tagliasse?

La Federal Reserve, la banca centrale statunitense, si riunirà tra il 18 e il 19 giugno per decidere le prossime mosse di politica monetaria, in particolare sui tassi di interesse. Le attese del mercato parlano di una forte possibilità che il board decida per un taglio del costo del denaro. Ma c’è chi la pensa diversamente.

Fed: le decisioni in arrivo. Forse

In realtà la comunità degli analisti si sta muovendo in questo senso proprio perché la situazione internazionale è sempre più incerta. Non solo, ma l’andamento delle differenti economie a livello internazionale sembra suggerire il possibile arrivo di una stagnazione. Quando non addirittura di una recessione.

Per questo motivo, a differenza di solo quanto sei mesi fa si sospettava, il mercato attualmente sta già valutando almeno una o due tagli ai tassi di interesse. I motivi per cui non dovrebbe farlo, almeno in questa riunione di giugno, però, si stanno evidenziando. I sostenitori di questa tesi sottolineano  l’incombente vertice del G-20 in cui gli Stati Uniti e la Cina, almeno in teoria, potrebbero raggiungere un accordo commerciale. Da un punto di vista strategico, abbassare i tassi di interesse in questo momento potrebbe far apparire gli Usa come intimoriti dalla pressione della guerra dei dazi e dalle conseguenze che già si stanno evidenziando.

E se non tagliasse?

Nessun taglio allora? Considerando questo punto di vista potrebbe anche essere, sebbene sia difficile che ciò avvenga. Impossibile, invece, che non ci sia alcun taglio dei tassi per questo 2019. Resta però il fatto che le probabilità di una revisione del costo del denaro già alla riunione che inizierà domani sono del 21%, in calo rispetto al 30% precedente fissato. Sull’orizzonte di luglio, invece, il livello è all′85%, mentre per il mercato c’è una probabilità del 61% che alla fine del 2019 si contino tre tagli sui tassi.

Allo stato attuale delle cose sia il presidente Jerome Powell che i suoi colleghi della Fed, non hanno indicato strategie precise, se non un generico e continuato approccio dovish, confermato da più parti. Anche perché durante la riunione verranno esaminati i dati macro e le proiezioni di crescita economica, il che rende alquanto incerta la decisione finale. C’è poi l’ormai onnipresente fattore Trump.

Il fattore Trump

Il presidente degli Stati Uniti ha continuamente rimarcato la sua contrarietà alle decisioni della Fed, decisioni che, a suo dire, stanno ostacolando l’economia statunitense. La posizione attuale della banca centrale Usa e soprattutto il suo cambio di rotta nel giro di sei mesi, è apparso a molti come un arrendersi alle volontà della Casa Bianca. Incrementare questa politica, facendo altri tagli come voluto proprio da Trump, potrebbe essere visto come un segnale d’allarme dell’indipendenza della Fed. Il tutto metterebbe a repentaglio la credibilità stessa della Fed. Una situazione paradossale che è passata, per questo 2019, dai due rialzi dichiarati a fine 2018, alla pausa di riflessione di inizio 2019, fino a un possibile taglio dei tassi. Il tutto in meno di sei mesi.

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