E se il protezionismo finanziario fosse la chiave di volta?

"Io li manderei tutti al diavolo..."

Quante volte abbiamo sentito una frase del genere rivolta all'Europa e alla permanenza dell'Italia nella Comunità Europea.

Ma, tentando di andare al di là del qualunquismo di borgata, proverei a dare un fondamento di logica economico-finanziaria a ciò che ai più sembra una semplice sparata.

E lo farei prendendo a riferimento il caso del Giappone.

Il Giappone ha un debito pubblico che ha raggiunto il 250% del PIL (noi siamo fermi al 130%) ma nessuno si sogna minimamente di adottare qualsivoglia politica di austerità, anzi... il paese del Sol Levante è stato il primo a lanciare il quantitative easing nel 2001 che poi è stato rafforzato nel 2013 in armonia con la politica economica del premier Shinzo Abe conosciuta come Abenomics.

E nonostante il gigantesco debito pubblico nipponico, i tassi di interesse sono inferiori a quelli tedeschi, nessuno va a speculare sui titoli di stato, non c'è alcun attacco valutario che generi iper inflazione (tutt'altro... è dagli anni 90 che il Giappone combatte il fenomeno della deflazione) e soprattutto nel paese in pratica non esiste disoccupazione. Quindi? Il motivo di questo miracolo economico?

La ragione sta nel fatto che il debito pubblico è confinato tra le mura domestiche. In Giappone, come in Usa, in Gran Bretagna e in Svizzera del resto, la Banca Centrale è prestatrice di ultima istanza e in pratica detiene il 50% del debito nipponico. Quindi tutti gli interessi maturati sono sostanzialmente rifinanziati dalla BOJ. Il resto del debito è acquistato da banche, fondi pensioni e privati di nazionalità giapponese e solo una quota tra il 5% e il 10% è in mano agli stranieri, laddove in Italia si supera il 35%.

Giocoforza la speculazione non fa breccia...

Chiaramente l'accostamento della situazione nipponica a quella italiana presenta delle crepe, sebbene si possa tranquillamente stilare qualche analogia, tipo il livello alto di risparmio dei due paesi che porterebbe entrambi ad avere maggiore propensione ad autofinanziarsi.

Purtroppo in Giappone il sistema bancario è molto efficiente, ha solo il 5% di crediti in sofferenza, in Italia se ne ha il triplo. La giustizia in oriente funziona in modo molto diverso rispetto a quella del bel paese ancora un pò vittima della burocrazia, di conseguenza il recupero dei crediti è molto meno farraginoso.
Il Giappone ha una valuta rifugio e qualcuno ci penserebbe due volte prima di andarla ad attaccare, l'Italia avrebbe una moneta esposta al macello finanziario.

Insomma il Giappone ha un'altra storia... però... un dubbio si fa strada. Da tutte le parti sento dire che se l'Italia tornasse alla lira, quest'ultima si svaluterebbe almeno del 30% e quindi i conti correnti e gli stipendi diminuirebbero del valore equivalente. Tutto giusto ma... se risparmi e consumi rimangono all'interno del paese?

Rimangono ovviamente aperti tutti i discorsi relativi all'inflazione da svalutazione, essendo l'Italia un paese importatore di materie prime. Tenendo però, in debito conto, che il nostro export, su cui ci siamo sempre difesi egregiamente, avrebbe un vantaggio competitivo notevole.

Insomma, l'argomento è vasto e sempre aperto prestandosi a tante interpretazioni, tutte valide. Però ciò non toglie che qualche riflessione in più nel merito andrebbe fatta.

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2 - Commenti

massimo bonetti

massimo bonetti - 19 settembre 12:28 Rispondi

Johnny Zotti

Johnny Zotti - 19 settembre 15:11 Rispondi