Braccio di ferro USA-Cina: una guerra valutaria inutile?

Primi segnali di recessione?

Il crollo dell'indice manifatturiero è un campanello d'allarme che non può essere sottovalutato e venerdì le notizie sui non farm payroll Usa possono rincarare la dose di preoccupazione che aleggia sui mercati. Il dato di martedì parla chiaro, i direttori d'acquisto hanno drasticamente ridotto gli ordini, ben al di sotto delle aspettative e subito Donald Trump ha puntato il dito sulla Fed e la relativa politica di tassi alti, probabilmente per spostare l'attenzione da quello che è il vero problema attuale.

Il braccio di ferro con la Cina

Il presidente statunitense ritiene necessaria, per ragioni politiche, il braccio di ferro con la Repubblica cinese e ha bisogno di un sostegno dall'attività monetaria della Fed per compensarne gli effetti negativi immediati di tale strategia politico commerciale. Il paese che esporta, in tal caso la Cina, è quello che risente maggiormente da un aumento delle tariffe nella bilancia commerciale, ragion per cui è ricorso immediatamente ai ripari svalutando la propria valuta. La contromossa di Trump non ha potuto essere messa in pratica per via della tenace resistenza di Powell a fare altrettanto e questo ha costretto il primo cittadino americano a congelare altri 250 mld di nuovi dazi fino a dicembre ammantando la decisione della veste di una tregua.

Il dollaro forte a chi giova veramente?

La riflessione che andrebbe fatta è però un'altra. Il super dollaro non giova a Trump ma è lo specchio dell'economia di un paese e con ogni probabilità non sarà una politica troppo accomodante di una banca centrale a tenerlo al guinzaglio laddove il mercato continua a dirigere i propri acquisti, quantomeno non lo può fare nel lungo termine. Sono invece i segnali di recessione che spingono, per paradosso, il biglietto verde nella direzione voluta dal presidente, come dimostrano i dati sulla manifattura. Che lo scontro possa spostarsi sul fronte valutario potrebbe anche lasciare il tempo che trova, alla lunga le distorsioni dei mercati tendono sempre verso l'equilibrio naturale degli stessi.

La guerra valutaria potrebbe essere, quindi, un falso problema, perché i cinesi hanno ridotto il surplus commerciale con le imprese americane le quali giocoforza si sono rivolti ad altri fornitori stranieri, quindi il piano politico strategico di Trump rimarrebbe assolutamente intatto. Il problema semmai potrebbe spostarsi verso la disastrata Europa, ancora filocinese, la cui imposizione di ulteriori tariffe doganali spingerebbe a deprimere a valore aggiunto le imprese del continente e a soffocare ancora di più l'euro prezzando il dollaro oltremisura.

Conclusioni

Come sempre l'ordine naturale delle cose ci dirà che cosa il futuro ci riserva, seguendo i dati da qui alla fine dell'anno capiremo se e quanto la spia che si è accesa martedì manifesti un anelito di recessione oppure sia una parentesi destinata a chiudersi ovattata da altri dati roboanti dell'economia a stelle e strisce. Di conseguenza le decisioni della Fed riguardo uno o due aumenti di tassi sarà il naturale riverbero di quello che accadrà sui mercati.

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