WeWork: le incertezze sull’Ipo portano le dimissioni del CEO

Il co-fondatore ed amministratore delegato di WeWork, il quarantenne Adam Neumann, lascia il posto da Chief Executive Officer dopo il fallimento dell’Ipo: polemiche e confitti di interesse, sommati a perdite e governance inappropriata hanno fatto fallire il collocamento azionario iniziale.

Lo scetticismo dei futuri investitori è stato alimentato anche dalla crescente sfiducia del socio di spicco: il colosso SoftBank di Masayoshi Son. Fino ad ora il socio giapponese aveva iniettato ingenti capitali nel gigante americano degli spazi per ufficio condivisi e flessibili e ciò si era tradotto in ampia libertà ai vertici e poca rigidità rispetto agli sprechi.

Il posto di Neumann, che ricoprirà un ruolo non esecutivo nella casa madre (We Co), verrà preso da due co-CEO ad interim promossi dall’attuale top management: Sebastian Gunningham e Artie Minson. I due condurranno il colosso in attesa di un successore permanente.
Secondo le indiscrezioni, l’ormai ex CEO vedrà drasticamente ridimensionata anche la sua influenza perdendo 17 voti a share. Se prima ogni sua azione garantiva 20 voti ciascuna, da ora avrà per le mani solo tre voti per ogni titolo posseduto. Perderà inoltre il controllo sui comitati del board.

La scelta, non semplice anche in considerazione dei rapporti con investitori attuali e potenziali, è stata presa martedì dopo una riunione del consiglio di amministrazione che ha tenuto conto dell’opinione dei numerosi consiglieri di Neumann.

La parabola del quarantenne israeliano, nonostante il tanto riconosciuto quanto controverso carisma, è stata drammatica: WeWork, società immobiliare nata nel 2010 con lo scopo di fornire spazi condivisi di co-working e servizi per startup tecnologiche ed altre imprese, ha visto una crescita esponenziale in soli nove anni. Basti considerare che, ancora a gennaio scorso, la valutazione era di 47 miliardi di dollari. Non così rosee però sono le condizioni del colosso che, complici pratiche di business aggressive e passivi importanti, hanno reso traballante il business di Neumann. La quotazione al Nasdaq, prevista per il 23 settembre, ha infatti portato a galla tutte le problematiche del gruppo. La valutazione che, come abbiamo detto, sfiorava i 50 miliardi di dollari 8 mesi fa, è stata ridotta a 10-15 miliardi dopo la bocciatura dei potenziali investitori. Questo prima che WeWork decidesse di rinviare l’Ipo.

La valutazione ben al di sotto delle aspettative, però, non è stato l’unico problema: anche il modello di business è “sotto assedio”. La società ha infatti riportato gravi perdite nell’ultimo anno che andranno a peggiorare, secondo gli analisti, nel futuro a causa dell’economia globale incerta.
A ciò si aggiunge una governance considerata inefficace e conflitti di interessi dello stesso Neumann: basti pensare che il co-fondatore aveva affittato a WeWork proprietà immobiliari in cui aveva investito personalmente.

L’ex CEO continua a difendere il business e giustifica la decisione riguardo alle sue dimissioni individuando la sfiducia verso la compagnia in un attacco alla sua persona. Detto questo, però, rimane da capire se il suo allontanamento basterà ad allontanare la sfiducia verso l’azienda che deve fare i conti con una crescita forse eccessiva: sono infatti 500 le sedi in giro per il mondo.

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Luca Discacciati

Luca Discacciati - 25 settembre 09:18 Rispondi